Palmieri Studio

Il tuo giardino, scrigno di bellezza

In un momento storico in cui il concetto di sostenibilità è al centro del dibattito e delle strategie di sviluppo per i prossimi decenni il progettista di giardini e ambienti esterni Simone Palmieri ha scelto di impiegare nelle sue realizzazioni soluzioni tecniche innovative, per non rinunciare alla valenza salvifica della bellezza.

Secondo Chance Giardiniere, l’inafferrabile protagonista del film Oltre il giardino interpretato da Peter Sellers, il giardino simboleggia l’esigenza di riconciliarsi con le altre forme di vita e ritrovare lo stupore per il nostro posto all’interno della natura. Il senso dell’Essere in quel Luogo – Being There, nel titolo originale – è contribuire all’equilibrio che pervade il tutto, per ritrovare questa armonia nelle nostre emozioni.

Simone Palmieri, ingegnere che ha trascorso un decennio in giro per il mondo per inseguire una brillante carriera nel settore energetico, si è convertito all’architettura del paesaggio con la stessa missione: «umanizzare dei piccoli pezzi di mondo e renderli migliori di come ci sono stati affidati». Il suo studio, che segue progetti in Italia e all’estero, coordina tutte le fasi della creazione del giardino dalla progettazione alla realizzazione, con particolare attenzione all’uso sostenibile delle risorse. Per Palmieri, la creazione di un giardino è effettivamente il nostro tentativo di introdurre ordine e armonia nel mondo, come un seme di bellezza che affidiamo al domani: «Immaginare uno spazio senza mettere al centro dell’idea progettuale la bellezza, con il suo potente impatto sull’animo delle persone che dovranno vivere e amare quel determinato ambiente – spiega – vuol dire creare opere già destinate a un lento declino, all’oblio che viene dal distacco».

In questo progetto nel sud della Francia, l’architettura sobria e rigorosa della villa padronale è stata mitigata dall’uso in massa delle graminacee e dalla spontaneità delle aree in cui le rocce naturali, affioranti dal terreno, sono lasciate a vista e valorizzate da elementi vegetali autoctoni.
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Le aree del giardino più strettamente in dialogo con l’edificio sono caratterizzate da un’estrema semplicità d’impianto. Bassi specchi d’acqua, geometriche superfici inerbite ed aree in ghiaia dal vago sapore orientale sono chiamati a definire uno spazio i cui i vuoti danno il massimo risalto all’architettura.
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Le zone del parco più lontane e quindi maggiormente immerse nella natura incontaminata, sono interpretate in maniera meno formale, con ambienti votati al riposo e alla meditazione come un bio-lago con preziose carpe Koi. Il risalto dato alle rocce naturali del luogo e la disposizione delle opere d’arte en plein air, costituiscono gli elementi comuni che legano stilisticamente le varie zone del giardino.
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Si tratta, quindi, di far emergere potenzialità già insite nel luogo, ma celate sotto la casualità dell’intervento naturale, o rese confuse dall’approssimazione di interventi precedenti. Un lavoro che si estrinseca nella modellazione del terreno e nella creazione di spazi chiaramente leggibili come risultato dell’intervento umano: «È un lavoro non troppo dissimile da quello dello scultore, che trasforma la materia grezza per conferirle una forma più pura, precedentemente presente solo in potenza. Levigare i volumi, delineare curve precise, definire piani e linee: sono queste le azioni che definiscono la progettazione di spazi esterni».

Una sequenza di aree terrazzate, occupate da un tappeto erboso rustico e delimitate da muretti in calce e piccole scalinate in cotto, permette la salita alla zona più panoramica della tenuta che culmina in un muro d’acqua ed un’area relax, con affaccio sulla campagna circostante.
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Questo progetto in Toscana reinterpreta il giardino tradizionale agreste a partire dall’architettura, che si rifà agli stilemi dei casolari e dei fienili di campagna. L’impiego di vaste superfici con prati fioriti, che non necessitano di irrigazione, è stato dettato dalla salvaguardia nell’uso dell’acqua, scarsa in questa parte della tenuta.
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La piscina, che ‘sgorga' da sotto l’ampio porticato, si protende nel giardino sotto forma di un piccolo corso d’acqua che culmina in un placido bacino, eco degli antichi abbeveratoi utilizzati per il bestiame. Salici, cipressi ed altri elementi vegetali tradizionali sono utilizzati per rimarcare il legame con il paesaggio circostante e la tradizione.
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Parliamo qui di un intervento paesaggistico di carattere prettamente plastico, che rifugge l’immagine del giardino come spazio pseudo-naturale. Prendendo le distanze da un mainstream culturale molto diffuso soprattutto nella scuola paesaggistica nord-europea, Palmieri sostiene che «oggigiorno assistiamo a una commistione di fondo fra l’idea di sostenibilità e quella di naturalità. In realtà si tratta di due concetti ben diversi fra loro: un giardino, così come qualunque altro manufatto umano, deve essere sostenibile, ovvero resiliente, in buona parte auto-regolantesi, gestibile facilmente e senza spreco di risorse. Ciò non implica però la sua naturalità. Il giardino, così come l’architettura, non è un’opera naturale. È il frutto del pensiero e dell’intervento umani, che danno vita a uno spazio che sublima l’idea di natura, ma si discosta da essa in maniera sostanziale».

I giardini privati, così come gli spazi pubblici progettati da Palmieri, si caratterizzano quindi per un disegno ben chiaro, di grande respiro, che manifesta immediatamente il carattere «antropizzato» del luogo che stiamo osservando. Raramente il terreno è lasciato nella sua conformazione originaria: pochi gesti mirati definiscono gli spazi, mentre una palette di elementi vegetali semplice e coerente si discosta dall’imitazione della bio-diversità presente allo stato naturale. Siamo in un paesaggio creato dall’uomo, per l’uomo: «I luoghi che offrono la maggiore bio-diversità sono costituiti da spazi naturali lasciati all’abbandono. I luoghi più caotici, in cui coesistono materiali diversi disposti senza alcun criterio, persino le discariche abbandonate, presentano una vera esplosione di forme di vita. Questa vitalità indomita e la capacità degli esseri viventi di popolare uno spazio vergine sono stupefacenti, ma non è ciò che cerchiamo prioritariamente in un giardino. Quantomeno, non è quello che cerco nei miei lavori, né credo che sia ciò che le persone desiderino veramente avere nel proprio giardino».

In questo giardino incastonato fra le Alpi svizzere è stato dato il massimo risalto agli elementi tipici del paesaggio alpino, ed in particolare alle rocce e all’acqua. La modellazione del terreno ha permesso di creare zone vivibili a servizio degli edifici, caratterizzati dall’impiego di materiali naturali e sostenibili.
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Una sorgente naturale crea una piccola cascata che alimenta un laghetto di montagna, su cui si affaccia una delle abitazioni. L’impiego ripetuto di poche tipologie di alberature all’interno del giardino, come betulle ed aceri, è stato finalizzato a creare una zona di più facile lettura e meno ‘caotica’ rispetto alle aree boschive che circondano il giardino.
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L’utilizzo di materiali sostenibili per gli edifici è stato riproposto nel giardino, in cui sono state impiegate pietre locali per le aree carrabili, le pavimentazioni a servizio delle abitazioni e le cordonature delle superfici inerbite. Il laghetto costituisce un bacino di accumulo naturale, che viene utilizzato per un sistema di irrigazione dedicato agli orti presenti nell'ampia serra climatizzata.
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Quindi, un giardino gestito in maniera consapevole senza ricorrere alle pratiche aggressive proprie dell’industria agricola ospita naturalmente bio-diversità, e questo è sicuramente un elemento positivo. Ma per Palmieri lo scopo primo di un giardino non è farne un’oasi ecologica, bensì un ambiente in cui ci si possa riappropriare di se stessi per il tramite della bellezza. In questo anelito verso la semplicità e l’astrazione si sentono gli echi della lezione del giardino orientale, giapponese in particolare, che trova nel giardino secco zen, il kare-sansui, la sua espressione più paradigmatica.

 

La semplificazione nell’impianto architettonico e botanico si accompagna, però, a una notevole complessità tecnologica: «Stiamo assistendo a un grande sviluppo tecnologico che permette di ottimizzare l’uso delle risorse necessarie a gestire un giardino, curandolo come richiede. La cura, infatti, è un elemento cruciale del giardino. Prendersi cura di qualcosa implica lo stabilire un dialogo: solo se vedo e comprendo le esigenze di ciò che ho di fronte a me, posso prendermene cura. Rinunciare all’elemento della cura prediligendo l’uso di piante che richiedono poco o niente, a prescindere dall’aspetto che esse conferiscono all’ambiente, significa abdicare all’idea stessa di giardino come scrigno di bellezza».

Rendere sostenibili i giardini contemporanei significa quindi utilizzare al massimo le opportunità che la ricerca tecnologica ci mette a disposizione: riciclo e riutilizzo dell’acqua, gestione dei nutrienti, monitoraggio delle esigenze colturali delle piante, utilizzo di specifici substrati colturali, sono solo alcuni degli aspetti che permettono di realizzare giardini resilienti ai cambiamenti climatici in atto, senza rinunciare alla loro valenza estetica.

Sono soluzioni come queste che hanno permesso, per esempio, la progettazione del Domed Coverleaf, un’oasi artificiale con ben 16mila metri quadrati di giardini pensili a Dubai, negli Emirati, in cui gli elementi vegetali creano un microclima benefico per il comfort delle unità abitative abbassandone il fabbisogno energetico, mentre le acque di scarto delle utenze private sono riutilizzate nell’irrigazione delle piante, in una simbiosi simile a quanto avviene in natura fra vari esseri viventi. Favorire la natura e il suo auto-regolarsi, guidando il giardino nel suo sviluppo armonioso grazie alla tecnologia: in un’epoca di sconvolgimenti climatici e sociali in atto, forse è ancora possibile creare giardini che siano piccoli angoli di paradiso, nutrimento per il nostro spirito.

Intervista originale: Il tuo giardino scrigno di bellezza
Credits: AD Italia